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L'EDITORIALE – MARZO 2011

di Sabino Lenoci

COSA STA SUCCEDENDO ALLA SCALA?

È la domanda che sorge spontanea a chi ha a cuore le sorti della cultura in Italia e nei nostri Teatri, con particolare riferimento a quello che è considerato, nell’immaginario collettivo, il Teatro più famoso al mondo. Il biglietto da visita della nostra cultura.

Dopo esserci messi l’animo in pace poiché non siamo più il Paese Culturale per eccellenza (siamo caduti ormai all’ultimo posto nella classifica dei Paesi sensibili alla cultura; che pena! La cultura musicale è soprattutto nostra e l’abbiamo buttata via con accesa cialtroneria, sia da parte dei politici che della società stessa, sempre più plagiata dal pifferaio magico della superficialità, dei falsi valori e di quanto di peggiore e volgare esista al mondo!) cerchiamo in qualche maniera di salvare il salvabile, bisognosi di essere ottimisti più per necessità che per indole.

Per nostra fortuna, se così si può dire, il mondo ancora ci vede come la Patria della Cultura, come testimonia un mio recente incontro al Metropolitan di New York, dove mi ero recato per il centenario de La Fanciulla del West ed ho avuto modo di intrattenermi con colei che è considerato un «mito» nel mondo del cinema, del teatro e della televisione: Angela Lansbury; ebbene la Signora «in giallo»si congratulava con noi italiani per il grande patrimonio musicale che abbiamo messo al servizio del mondo, con autori come Verdi, Puccini, Rossini, Donizetti, Bellini, Mascagni che ancora rapiscono e commuovono lo spettatore in tutti i Teatri del mondo.

Questo ci deve far riflettere, ci deve dare la grinta a non mollare, a perseverare affinché il nostro malconcio Paese ritrovi la sua strada.

Il mondo culturale e quello teatrale in particolare sta vivendo un periodo nero (da questo numero cominceremo ad occuparci anche di questo aspetto), ma, tornando alla domanda iniziale, la nostra preoccupazione aumenta se ci riferiamo al nostro amato Teatro alla Scala.

Nonostante il privilegio di cui il teatro milanese gode, è evidente per il suo pubblico che qualcosa non va: il serpente velenoso del dissenso fazioso si insinua sempre più nelle trame della sua stagione, seminando il panico tra la maggior parte tra gli artisti, più che tra i suoi manager.

La dirigenza sembra ormai rassegnata ad uno strano modo di approcciarsi alla vita teatrale, da parte di un certo pubblico; contestazioni minacciose programmate e, – inaudito! – annunciate con spavalda cattiveria giorni e giorni prima della «prima», con l’intenzione di seminare ansia e panico tra i cantanti.

Chiaro che le contestazioni fanno parte dell’humus teatrale, i buuh o i fischi ai cantanti hanno riempito la cronaca per anni e anni; sono sempre stati, come si suol dire, il «sale» del teatro operistico; il diritto di potersi esprimere, da parte del pubblico, è sacrosanto, ma quando tutto è premeditato, annunciato per il solo gusto di creare scompiglio tra gli artisti, beh allora siamo decisamente sulla strada sbagliata,: il fatto poi che tutti questi «signori» si nascondano dietro fantomatici siti web, la dice lunga sul comportamento di «questi» spettatori.

Parliamo del Teatro alla Scala perché in questi ultimi tempi si è venuta a creare una situazione insostenibile, non sappiamo se questo andamento sia uguale in altri teatri italiani. Insostenibile perché i grandi cantanti internazionali stanno alla larga da Milano, perché gli interpreti arrivano così stressati alla «prima» che basta un soffio di vento per darsi ammalati; come è successo nella recente produzione di Tosca dove nei due cast previsti, alla vigilia della prima recita si è scatenata un’improvvisa quanto sospetta epidemia.

Tutto questo ha dell’incredibile perché come spesso accade, le contestazioni si concentrano sulla «prima» (che gode di visibilità mediatica e della stampa) mentre nelle repliche tutto fila liscio come l’olio.

Mi chiedo quale sia lo scopo di tutto questo: i contestatori (che ci dicono sono i soliti quattro gatti, quando va bene otto, saliti sul loggione con il solo scopo di disturbare!) vogliono tener lontani dalla Scala i nomi internazionali? Vogliono esasperare il sovrintendente e la direzione artistica? Vogliono convincere i cantanti che se stanno al loro gioco rimarranno immuni dai fischi? Non lo sappiamo e, sinceramente, non ci interessa.

A noi interessa che il teatro d’opera ritrovi la sua vera identità, il suo pubblico che, a fine recita, esprima il suo consenso o non consenso, ma il tutto in maniera civile e non come gli ultras da stadio! Coscienti che un teatro «vivo» è il sale del nostro vivere la cultura.

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