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QUANDO STRAVINSKIJ È DI CASA

di Elena Formica

Grande successo di Andrey Boreyko e Sergey Krylov all’Auditorium Paganini di Parma

Illuminata la musica di Andrey Boreyko. Che però non è sua, ma di Lutoslawski e Stravinskij; tra quelle note egli entra franco e disteso, accendendo la luce a colpo sicuro.

Pubblico entusiasta, incessanti applausi per Andrey Boreyko che all’Auditorium Paganini di Parma ha diretto la Filarmonica Toscanini nelle Variazioni Sinfoniche di Witold Lutoslawski, nel Concerto in re per violino e orchestra e in Pétrouchka (versione 1947) di Igor Stravinskij. Solista di rango Sergej Krylov.

Lutoslawski, di cui ricorre il centenario della nascita, scrisse le Variazioni Sinfoniche durante il periodo di studi al Conservatorio di Varsavia. Era allievo di Maliszewski, il quale non fu affatto tenero con lui quando, esaminato il lavoro dell’allievo, decretò: “A mio giudizio, la sua opera è brutta sotto ogni aspetto”. Che dire: apparivano in effetti alternativi, non concilianti sotto il profilo dell’epoca e del luogo (la capitale polacca), i percorsi qui intrapresi dal giovane autore, che manifestava evidenti simpatie bartokiane, che sfoderava già quel senso del colore, quelle nitide e fantasiose soluzioni armoniche che ne avrebbero contraddistinto da allora lo stile; un terreno, questo, su cui Boreyko ha agito con estrema acutezza.

E’ stata poi la volta del Concerto per violino e orchestra di Stravinskij: un virtuoso del calibro di Krylov ad affrontare l’ardua parte solistica, le cui formidabili atipie sono preannunciate da quel tremendo accordo iniziale – al limite dell’ineseguibile, ma tecnicamente appropriato rispetto al talento di esecutori notevoli – che introduce ciascuno dei quattro movimenti. All’insegna dell’estro e del controllo l’interpretazione di Krylov, un arabesco su corde più libere e sapienti che non realmente imprevedibili, una naturale abilità nell’afferrare segreti messaggi bachiani e non solo. Chiamato più volte alla ribalta, il violinista russo ha offerto come bis due Capricci di Paganini.

Con Pétrouchka, alla fine, grande conferma del carattere di Boreyko, della sensibilità e fermezza nel disegnare gli spigoli netti, nell’assecondare i giochi formali, le eccitazioni tutte e la poetica sfrontatezza di una partitura che sotto travolgenti istanze ritmiche cela umanissime risonanze. Fervida l’orchestra, validi gli interventi solistici.



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