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TORNA "SINDROME DA MUSICAL": INTERVISTA A MANUEL FRATTINI

di Ilaria Faraoni

Dopo l’ennesimo successo del tour di Peter Pan, Manuel Frattini non si riposa ed è subito pronto a ripartire per portare in scena, dopo la stagione estiva 2012, Sindrome da Musical, lo spettacolo scritto da Lena Biolcati e diretto da Alfonso Lambo. In scena Silvia Di Stefano ed un cast di 6 performers: Andrea VerziccoAngelo di FigliaAndrea CasatiLucia BlancoNadia Scherani ed Eleonora Lombardo.

Manuel Frattini, intervistato per Central Palc, racconta la genesi dello spettacolo e la “sua” Sindrome da Musical (per i dettagli dello spettacolo consultare la presentazione su Central Palc cliccando QUI)

Sito ufficiale di Manuel Frattini: www.manuelfrattini.com.

Hai già proposto, in passato, uno spettacolo dove interpretavi te stesso, Toc Toc a time for musical, dove erano tra l’altro presenti alcuni elementi ripresi poi in Sindrome da Musical. Puoi raccontare l’evoluzione narrativa (la trama era molto diversa) da Toc Toc a Sindromee da Sindrome da Musical di qualche anno fa alla nuova versione che sta per tornare in scena dopo l’ultima stagione estiva?

Da Toc Toc a Sindrome la narrazione della mia storia è totalmente diversa: lì descrivevamo con i numeri musicali tutto il mio percorso, partendo dalle balere, da mamma e papà che mi portavano a danzare nei weekend; si parlava del mio iter formativo così come è stato; qui invece non c’è quell’aspetto. Mi piace riprendere un’espressione di Alfonso Lambo, il regista, che dice che si tratta più di un “reality musical”, ma reality nel vero senso della parola: è molto reale quello che accade, molto reale questa sindrome da cui sono affetto, perché io vivo così veramente quasi tutti i giorni. Se di notte sono a letto a guardare la tv e ho sete, devo attraversare la camera da letto, il soggiorno e arrivare al frigorifero, puntualmente faccio questo percorso: apro la porta, salto sul tappeto, faccio un giro, un jeté e arrivo al frigorifero; questo in pigiama, in pantofole o comunque io sia, anche alle tre del mattino, perché questi sono i miei orari. O immagino come potrebbe essere, al supermercato, un numero coreografato con i carrelli, mentre si prendono i barattoli dei pelati… sono sempre all’interno di questo mondo, mi rendo conto che è una grossa fissa. Se ascolto una canzone, per esempio, la ascolto con piacere, apprezzando la voce dell’interprete, ma penso anche sempre: “La potrei usare? La potrei fare?” È sempre tutto molto legato a questo mondo al quale sento di appartenere e dal quale non esco mai.

È comunque indice di grande passione per quello che fai, è qualcosa che ti nasce proprio da dentro, non qualcosa di esteriore…

Sì! Per lo spettacolo ovviamente abbiamo calcato la mano su questa cosa, facendola diventare quasi un’ossessione. È sicuramente la grande passione che ho da sempre a portarmi ad essere così. Proprio basandoci su questa mia follia abbiamo costruito lo spettacolo. Volendo staccarci da Toc Toc, anche se vengono ripresi alcuni numeri musicali che fanno parte del repertorio, era importante sentire e rivedere quei pezzi in un contesto diverso, nuovo.  Sindrome da musical di qualche anno fa è nato quasi per gioco, per il desiderio di fare delle cose quando si è nei momenti di pausa. Tu dirai: “Se è un momento di pausa… pausati” (ride, ndr) e invece no. Nei momenti di pausa, penso con gli amici a qualcosa di leggero, di agile, che possa essere portato in estiva da qualche parte, quindi lo spettacolo di qualche anno fa è nato veramente senza pretese, in una versione minimal, ma tenendo sempre conto della qualità, perché quello che si offre deve essere comunque di un certo tipo.

Nel frattempo, la fortuna di aver lavorato sempre, di aver fatto anche altri spettacoli e avere così rinforzato il mio percorso ed il mio nome, ha fatto in modo che, quando si è presentata la possibilità che fosse distribuito nella stagione invernale, lo spettacolo potesse avere anche un’importanza diversa. Il problema in Italia è quello di riuscire a portare gente a teatro con un titolo che non è noto, perché Sindrome da musical è uno spettacolo inedito; mi piace precisare che vogliamo offrire la possibilità di divertirsi non solo ad un pubblico di “musicalari”. Gli spettatori non devono essere necessariamente al corrente di qualsiasi cosa io abbia fatto e quindi riconoscere le citazioni. La citazione verrà colta da chi sa che percorso ho fatto, da chi sa di che spettacolo sto parlando, ma fondamentalmente si gode di un cast di prim’ordine, della qualità, delle belle canzoni che fanno parte comunque della storia, perché non tratto esclusivamente i miei spettacoli ed anche tra quelli che ho fatto ce ne sono alcuni come Cantando sotto la pioggia o Sette Spose per Sette Fratelli che sono dei classici.

Definirei Sindrome da musical uno show musicale ispirato al musical, anche se le regole e le dinamiche sono le stesse, recitazione, canto, danza: faccio sempre un po’ di attenzione nel dire “Musical” perché qualcuno può immaginare un allestimento faraonico; in questo momento storico nessuno può permettersi un allestimento faraonico, ma ci sono tanta passione e tanto talento. Abbiamo una scena fissa, resa il più gradevole possibile e dei nuovi contributi video degli amici vip come Raffaele Paganini, Roberto Ciufoli, Rossana Casale, Garrison Rochelle, Katia Follesa, Paolo Ruffini e Stefano D’Orazio, che si sono prestati ironizzando anche molto su se stessi; quando vedrete Stefano non crederete ai vostri occhi!

Nello spettacolo sei ossessionato da tutti i personaggi che hai interpretato e cerchi di liberartene, nella realtà invece non hai paura di essere fagocitato da questi personaggi e lo dimostra il fatto che hai ripreso prima Pinocchio e poi Peter Pan, cosa che secondo me ti fa onore, è segno di una grande maturità artistica. Spesso gli attori rifiutano di interpretare a lungo o riprendere ruoli che hanno dato loro il successo.

Mentirei se ti dicessi di non averlo mai pensato o se dicessi che vorrei fare solo ed esclusivamente quei personaggi: è chiaro, in ogni  attore c’è la voglia di mettersi in gioco, di cambiare, di provare cose nuove e questa voglia c’è; la fortuna è che stiamo parlando di spettacoli che hanno dato così tanto al pubblico e a me per primo, che nel momento in cui ritornano non sono mai un ripiego. Il mio timore è sempre quello di non essere credibile, perché un attore comunque nel tempo cresce, matura; un’età anagrafica potrebbe cozzare con qualche tipo di personaggio e me ne rendo benissimo conto; l’importante è anche il grande rispetto verso chi prende queste decisioni, se è convinto del fatto che io sia credibile, anche se prima di tutto devo esserne convinto io. Finché non avrò quella scomoda sensazione in scena, quella di non essere credibile, non mi stancherò di ripetere questi ruoli, anche perché le occasioni in cui si sono ripresentate le possibilità di interpretarli sono state molto belle: per esempio riprendere Pinocchio per andare a Seoul, tornare a Roma dopo tanto tempo, andare a New York… accidenti, chi avrebbe detto di no?

È più difficile o più facile interpretare te stesso, anche se ovviamente è un Manuel rivisitato in funzione dello spettacolo? Come ti approcci al ruolo?

È più difficile sotto alcuni aspetti: essere me stesso vuol dire usare la fisicità che più mi appartiene, il mio tipo di umorismo che non è detto piaccia anche al pubblico; questa è un po’ la difficoltà, non sei dietro ad un personaggio che ha delle caratteristiche particolari. È l’istinto che mi guida. Altra difficoltà è quella di non cadere nella ripetitività.

Sarebbe molto bello poter avere uno spettacolo all’interno del quale ricavare anche dei momenti un po’ più intimi, magari più drammatici, però devi fare una scelta a monte e costruire uno spettacolo nel quale ci possano essere anche queste note.

Infatti in Toc Toc c’era un momento particolare…

C’era un momento particolare, assolutamente vero, e anche molto delicato e personale per il quale sono stato molto molto combattuto… perché temevo potesse sembrare che venisse usato il dolore di una perdita per emozionare il pubblico. Lì ho ragionato molto, anche con Mauro Simone, che faceva la regia, per capire se era veramente il caso oppure no. Per Sindrome è diverso, c’è un altro tipo di percorso, per cui ricavare all’interno dello spettacolo un momento così… e poi non poteva essere lo stesso, bisognava cercare altro… lo spettacolo comunque ha un’impronta diversa e forse avrebbe stonato anche un po’, abbiamo preferito lasciarlo leggero.

Oltre alle coreografie originali dei musical citati, all’interno di Sindrome da Musical ci sono anche coreografie tue. Parlami del Manuel Frattini coreografo: a chi ti ispiri, qual è lo stile che ti rappresenta?

Io sono un Bob Fosse dipendente, un Fred Astaire dipendente… il massimo della modernità per me è Fosse, credo che il suo stile sia veramente senza tempo, che passerà ogni epoca e sarà sempre giovane, geniale: mi ispira tanto. Fosse si presta anche per un certo tipo di musicalità, non lo potresti usare su ogni cosa. Il Manuel coreografo: mi piacerebbe affrontare l’esperienza ma mi sono reso conto che fare il coreografo al 100% in uno spettacolo mio, con me in scena intendo, sarebbe difficilissimo perché trascurerei o me o gli altri; per questo preferisco sempre avere un coreografo al di fuori con il quale magari collaborare e poter dire la mia. Lo farei totalmente e al 100% solo se ispirato dalla parte musicale, perché non sono sul mercato come coreografo. Spero capiterà.

Lo stesso discorso vale per una regia?

Anche per la regia, anche se un po’ meno rispetto alla coreografia perché parto dalla danza e quindi la mia conoscenza è sicuramente maggiore in quel campo. Però proprio in questi giorni, durante il riallestimento di Sindrome da Musical, discutevo del fatto che sedendomi a guardare le scene dal di fuori, quelle che non mi coinvolgono, era evidente anche un mio gusto registico, un istinto che mi portava a suggerire qualcosa e a dare qualche indicazione, con tanta umiltà: mi rendo conto che però è “solo”, tra virgolette, esperienza, non un percorso che ho voluto fare per approfondire la regia. La mia esperienza in tanti spettacoli mi porta ad avere un istinto di un certo tipo e magari mi posso permettere di intervenire su una intenzione, su una pausa più corta o più lunga, su un movimento in scena mentre si dicono delle battute; si tratta di regia, ma che si basa sull’esperienza e non su qualcosa che ho voluto approfondire perché sentivo di volerla affrontare. Anche questo, se accadrà, dovrà avvenire in maniera molto naturale e soprattutto in relazione a qualcosa che sia vicino a me come genere.

Per chiudere, un commento sul cast che ti accompagna.

Ci sono degli equilibri molto delicati. È una grande fortuna lavorare con dei professionisti così bravi che stimo moltissimo e che sono anche amici, ma la gestione è molto complicata perché inevitabilmente ci sono dei rapporti molto stretti che rendono le cose un pochino più delicate, perché hai sempre paura che un’osservazione o una correzione vengano percepite a livello personale. In questo senso siamo stati veramente molto bravi nel gestirci. Il rispetto reciproco è fondamentale ma nel momento in cui c’è qualcosa da dire, l’amicizia è una cosa e il lavoro un’altra. Sono così sottili i confini tra i rapporti di lavoro e i rapporti di amicizia che si può rischiare di mischiarli tra loro e magari creare delle tensioni, ma devo dire che siamo persone intelligenti, ognuno si è preso un proprio spazio, chi per il costume, chi per la scena, chi per una nota o un’armonia della canzone. Per lo staging su come usare lo spazio Verzicco è stato preziosissimo, per esempio. Andrea Verzicco e Angelo Di Figlia sono citati in cartellone come collaborazione artistica.

Un valore aggiunto è che quasi tutti hanno fatto realmente parte dei cast dei musical citati.

Sì e per questo sono anche più coinvolti; stiamo parlando di cose vissute anche da loro e quindi a maggior ragione c’è anche un entusiasmo diverso. Sono così tanti i ricordi e le cose che ci legano a questi spettacoli, che è stato anche più semplice lavorare: se avessi lavorato con persone che non sapevano minimamente di cosa stessi parlando sarebbe stato molto più complicato.


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