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SINFONIA DI UN MISTERO ANNUNCIATO

di Elena Formica – foto Roberto Serra

Inaugurazione di Bologna Festival con Daniel Harding e la Swedish Radio Symphony Orchestra

Compose un Requiem a soli diciannove anni. Chissà se glielo avevano commissionato. Per ora, in mancanza di documenti che lo attestino, si direbbe di no. Era il 1775. Dies irae, tempesta ed impeto. A pensarci, fa molto Sturm und Drang.

Tra i primi lavori del tedesco Joseph Martin Kraus, contemporaneo perfetto di Mozart (nacque nello stesso anno, morì 12 mesi dopo di lui), figura un Requiem non privo di originalità per certe potenti scelte espressive e per l’abolizione di alcune parti del testo liturgico. Maestro di cappella alla corte di Gustavo III di Svezia, Kraus fu testimone oculare dell’attentato al sovrano durante un ballo in maschera; il re perse la vita dopo giorni di agonia e Kraus, a cui poi toccò in sorte l’appellativo oversize di “Mozart di Odenwald”, scrisse la Sinfonia in do minore VB 148 “Symphonie funèbre” per le esequie di Gustavo nella Cattedrale di Stoccolma. Malato di tisi, da lì a breve anch’egli sarebbe morto a 36 anni.

Diretta da Daniel Harding, la Swedish Radio Symphony Orchestra ha inaugurato la 32ª edizione di Bologna Festival con un programma mentalmente sconvolgente, elegantissimo, acrobatico sul filo d’un interrogativo perenne o d’un male oscuro: la “Symphonie funèbre” di Kraus e la Sinfonia n. 5 in do diesis minore di Gustav Mahler.

La morte è interrogata dai vivi. E risponde come vuole, se vuole. Nello spazio di un assenza, quella di chi non c’è più, cresce un’erba maliosa che seda o dà le vertigini. La Sinfonia di Kraus è come pervasa dal distillato di questo vegetale scuro e sottile. Un’amarezza profonda, più intensa della tristezza, si ramifica attraverso i quattro movimenti lenti della partitura, che si apre con una marziale, luttuosa sequenza dei timpani per poi affrontare il dolore quasi con grazia, con apparente controllo: cioè nobilmente, secondo un’antica misura, a celare così l’inguaribile ferita. L’inno svedese “Lätt oss then kropp begrafven”, armonizzato da Kraus e forse cantato dai presenti al rito funebre, risuona nel Corale, si modula in variazioni e fuga; i timpani ritornano quindi nel finale e ciò che resta è la natura morta, a tinte oscure, d’un umanissimo dolore. Drappeggiata di nobiltà l’interpretazione di Harding e della sua ottima orchestra, musica scossa dal brivido di un’interiorità sobria e sincera.

Una tremenda marcia funebre introduce la Quinta Sinfonia di Mahler – eseguita per la prima volta a Colonia nel 1904 – che pare così nascere dall’omega, dalla fine. Posta al centro, al culmine o chissà dove in un vorticoso percorso dell’anima, comunque a metà della produzione sinfonica mahleriana, la Quinta sembra fatta per prendere e lasciare ogni cosa all’istante: da un lato per  afferrare certezze e speranze, dall’altro per disintegrarle in ragione della vita stessa che morde, mente, gioca, seduce. E uccide. Un’ansia girovaga la attraversa, una sete che solo illusoriamente si estingue nell’incanto dell’Adagietto, tanto noto quanto incompreso (o incomprensibile), misteriosamente premuto  tra un agitato Scherzo e il Rondò finale, così eccitato e isterico nella propria esultanza.

Priva di programma, ondivaga, la Quinta Sinfonia di Mahler è considerata un’opera di svolta, “segnale d’inizio – secondo Sergio Sablich –  della trilogia puramente strumentale completata dalla Sesta e dalla Settima”. Una cesura – osservava il musicologo – rispetto all’esperienza delle cosiddette Wunderhorn-Symphonien. Cinque tempi disposti in tre parti, un organico strumentale poderoso, un’opera che l’autore stesso definì “molto, molto complessa”, tanto da riprenderne più volte la strumentazione fino a poco prima della morte (1911). Inafferrabile, la Quinta scivola sul fondo ghiacciato delle promesse, delle speranze, delle stesse esperienze. Favolosamente liquida, essa scorre, zampilla e travolge senza mai fermarsi, trasportando un “prima” e un “dopo” in realtà senza alcun divenire. Come tronchi galleggianti, gli episodi sonori si susseguono memori ciascuno della propria vita, non d’altro o con altro. Isole mobili orlate d’inaffidabili ormeggi, le molteplici sensazioni di questa partitura affascinano e spaventano, come le Sirene con Ulisse. E promettono, infide, una felicità.

Stupendi gli ottoni e il primo corno della Swedish Radio Sympony Orchestra. Sicuri ed onesti gli archi, nel complesso un organico di severa ma non fredda precisione. Daniel Harding, che dell’orchestra svedese è direttore musicale dal 2007, ha “filmato” istante per istante le emozioni, i contrasti, le improvvise speranze di una partitura appesa alla vita come le foglie ai rami: necessariamente, ma non per sempre. Senza lasciarsi trascinare nel gorgo di domande estreme, ha trattato la Quinta Sinfonia di Mahler con il distacco fervido del ricercatore, documentandone il fenomeno anziché rincorrerne accanitamente, e forse inutilmente, il fine.

Applausi incessanti, ripetute chiamate alla ribalta. Come inatteso bis, la Sinfonia da Un ballo in maschera, un omaggio a Verdi nel bicentenario della nascita. Ricordando così la vicenda di Gustavo III di Svezia, a cui quest’opera si ispira.


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