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REVIEW – VECCHI PER NIENTE

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Per tutti quelli che vogliono emozionarsi ricordando pagine passate della propria vita, ricordando chi non c’è più e chi non siamo più.

_MG_7775-10di Alberto Raimondi

Vecchi per niente… già un titolo così ci mette subito un po’ in allerta, perchè fin da quando eravamo bambini ci hanno insegnato che la parola “vecchi” non si dice, ma si usa “anziani”, e poi perchè la vecchiaia fa paura a tutti. Invece è proprio questo il titolo che dà Nicola Russo al suo lavoro teatrale, del quale firma la regia ed il testo, ispirandosi a La forza del carattere di James Hillman, in una produzione Teatro Franco Parenti in collaborazione con Monstera.

Il regista stesso dice: “E’ un lavoro sulla vecchiaia quindi ma, al tempo stesso, uno spettacolo che parla della vita, quindi uno spettacolo pieno di vita. Non è un lavoro sulla nostalgia, sui rimpianti, ma sull’attualità e sul presente, perché cosa c’è di più presente del carattere di una persona?.”

Condividiamo il fatto che il tema centrale sia la vita, anche perchè principalmente di fatto i personaggi si raccontano e si ricordano momenti della vita, ma è anche vero che lo spettatore ha un carico personale che si porta dietro quando va a vedere uno spettacolo. Forse le corde della nostalgia o dei rimpianti non vengono toccate, ma i ricordi è inevitabile lasciarli sopiti. Il Teatro ha il potere di evocare in noi momenti passati e questo spettacolo lo fa molto bene.

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Capiamo che l’intento della compagnia Monstera sia quello di sviluppare una drammaturgia fortemente legata al lavoro degli attori, lasciando la piena libertà espressiva sia degli attori che della scrittura scenica. Libertà espressiva che si focalizza sulla ricerca attoriale e che si propone di andare al di là del concetto di physique du rôle per allontanarsi dagli schemi tradizionali del rapporto tra attore e personaggio e tra attore e regista. Interessante a questo punto osservare come molto spesso nello spettacolo i giovani sono i genitori degli anziani, ed effettivamente tutto prende un’altra atmosfera, anche se i vecchi sono vecchi veri con la loro età e quindi un po’ di physique du rôle c’è!

Lo spettacolo è toccante senza mai essere banalmente aggressivo, anzi sfrutta la componente emotiva di ogni spettatore per toccare alcune corde sensibili del nostro inconscio. Emoziona e fa riflettere. Ci fa ricordare momenti con persone care che non ci sono più, ma al tempo stesso ci fa domandare cosa faremo noi quando saremo vecchi, oppure “chissà cosa dirà la gente al nostro funerale”?

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I vecchi non esistono, esiste l’identità, esiste il carattere. Si sono messe insieme le storie di persone anziane in particolare al momento della morte dei propri genitori, riportando così i vecchi alla condizione di figli. Se essere figli e morire sono esperienze che accomunano tutti, mettere in scena i vecchi come figli è un modo per tentare di colmare quella distanza che di solito poniamo tra noi e loro. Ciò che sopravvive alla morte di una persona, quello che resta sono immagini del suo carattere e in questo senso voglio parlare del carattere per cercare di ignorare la morte.

Un testo ed una regia non lineari ma frammentari, esattamente come spesso sono i ricordi degli anziani, a tratti è spiazzante e in alcuni momenti si sfiora la tenerezza. Evidente la volontà di parlare della vecchiaia da un punto di vista insolito, non come crepuscolo o decadimento del corpo e della mente, ma come espressione massima del carattere di una persona.

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L’impianto scenico di Giovanni De Francesco, che segue anche i costumi, è semplice ma in realtà fin da subito capiamo che è molto pensato nella sua sintesi: quasi un corridoio col fondo ed il pavimento di un verde brillante, ma dove tutto il resto è profondamente nero, quasi a rimarcare la strada percorsa che sta terminando, la vita che si è avvolta ed è ormai alla fine di questo rotolo. Potrebbe sembrare una visione pessimistica, ma se invece fosse esattamente il contrario? Il rullo non sarebbe già avvolto, ma ancora da srotolare!

Particolarmente efficace il lavoro di Cristian Zucaro con le luci che con tagli precisi e lavoro con il tulle nero riesce perfettamente a dialogare con lo spazio scenico ricreando tutto il necessario.

In scena in ordine alfabetico: Benedetta Barzini, Laura Mazzi,  Teresa Piergentili,  Marco Quaglia,  Agostino Tazzini,  Guido Tonetti. Tutti molto bravi e convincenti, anche perché messi in condizioni ottimali di raccontarsi ed esprimersi e questo si vede e si sente.

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