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REVIEW – PARSONS DANCE

Christina Ilisije, Christopher Bloom, Elena D'Amario, Eric Bourn

La danza di David.
Sosta al Teatro degli Arcimboldi per la Parsons Dance Company. Cronaca di un successo annunciato

Sarah Braverman, Christina Ilisije, Ian Spring, Elena d’Amariodi Barbara Palumbo

E’ così, quando sul cartellone di un teatro compare il nome di David Parsons dovete affrettarvi ad acquistare il biglietto, perché i posti vanno esauriti in fretta. Fondata nel 1985 (e scusate se è poco) la compagnia ha visto in scena per numerosi anni il suo fondatore, che da qualche tempo ha lasciato il testimone a danzatori eccelsi che bene hanno raccolto la sua eredità.

David Parsons li segue sempre, con occhio attento e vigile. Sceglie con accurata attenzione anche i coreografi che con lui hanno diviso e dividono la parte creativa. In particolare in questo spettacolo, oltre ai consueti cavalli di battaglia: Nascimento e l’evergreen Caught, interpretato in maniera eccelsa dalla nostra Elena D’Amario, la compagnia ha proposto tre nuove coreografie per il pubblico italiano, tra queste una sola era firmata da Parsons.

Apre lo spettacolo Train di Robert Battle, ex danzatore della compagnia e ora direttore artistico dell’Alvin Ailey American Dance Theater. Ritmi tribali e movimenti fluidi e senza sosta per i danzatori; ancora una volta la nostra Elena spicca in un assolo dove sembra catturata da un demone, quello della danza o del ritmo chi può dirlo? Bravissima. La struttura della coreografia è studiata con grande rigore e senso estetico. Simmetrie che paiono causali, ma che sono studiate nel minimo dettaglio.

Sarah Braverman, Christina Ilisije, Ian Spring, Elena d’Amario

Hymn è invece firmata da Tray McIntyre E’ un passo a due dove i corpi dei due danzatori, Ian Spring e Omar Román De Jesús, si lasciamo e si ritrovano sulle note di Noah’s Ark di CocoRosie. Intuizioni e studio di partnering geniali.

Arriviamo alla coreografia firmata da David Parsons: Whirlaway. Fresca, fresca di creazione (2014) è un omaggio al jazz di New Orleans. Nell’analisi della coreografia ci sentiamo in totale accordo con il New York Times che l’ha così sintetizzata: questa è la Parsons Dance nel suo più caratteristico ottimismo.

Molti ritengono il lavoro di Parsons superficiale e senza contenuti profondi, sarà, ma la voglia di vivere e di ballare che emerge prepotente da quelle sequenze e da quei corpi non è sufficiente?

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