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THROUGH A DIFFERENT LENS. STANLEY KUBRICK PHOTOGRAPHS.

Un giovanissimo e poco conosciuto Kubrik in mostra a Trieste: dalla macchina fotografica alla cinepresa.

Non cercate la fotografia che a Stanley Kubrick valse la collaborazione per «Look Magazine» (1937-1971) perché non è in mostra. Forse il negativo non è ancora stato trovato, però potrete individuarla su una pagina della rivista che si contendeva una fetta del mercato americano con «Life», la rivista dal taglio più internazionale e intellettuale.

Si tratta di un edicolante dall’espressione sconsolata per la morte del presidente Roosvelt (scatto del 26 giugno 1945).
Sembra a prima vista una foto spontanea, catturata dall’obiettivo già sapiente di un Kubrick diciassettenne, invece non è così, come ha spiegato Guido Comis dell’Erpac. Il futuro regista di Arancia Meccanica, Barry Lyndon, 2001 Odissea nello spazio, Shining chiede al venditore di giornali di atteggiarsi in maniera contrita, facendo così emergere la sua capacità di manipolazione.

Through a different lens. Stanley Kubrick Photographs è la mostra a cura di Sean Corcoran e Donald Albrecht che, dal 1° ottobre 2021 fino al 30 gennaio 2022, viene proposta dall’Ente regionale per il patrimonio culturale, in collaborazione col Museo della Città di New York e con l’Archivio Stanley Kubrick, al Magazzino delle Idee di Trieste.

Centotrenta fotografie in bianco e nero che raccontano la vita newyorchese, negli aspetti nel secondo dopoguerra, dal 1945 al 1950, contestualizzate nei numeri di «Look», qui esposti una quarantina.
Insomma, il Kubrick regista nasce in realtà come fotoreporter. Anche Billy Wilder, prima di diventare il regista, sceneggiatore e produttore che tutti conosciamo scriveva pezzi e reportage per Vossische Zeitung, Berliner Tageblatt, Börsen-Courier.

Una pre-carriera dove si possono trovare alcuni elementi che verranno sviluppati nei film di entrambi.

Da «Look», che nel 1948 contava una tiratura di quasi tre milioni di copie, alle regie di film iconici qual è il comune denominatore?
L’attitudine al reale che nasce ovviamente con «Look», rivista, ricordiamo, dal taglio più popolare, e che è tipica dell’estetica del fotogiornalismo americano degli anni Quaranta;
la centralità dell’uomo e la ripresa di alcuni temi come la boxe. Proprio verso la fine della sua collaborazione con «Look», Kubrick scatterà foto a pugili famosi come Rocky Graziano e Walter Cartier e Cartier sarà il protagonista del suo primo cortometraggio, Day of the Fight (1951) di tredici minuti che si può vedere in mostra. Le foto per la rivista sono servite come una mappa per la costruzione di scene e inquadrature.

Gli scatti di Kubrick erano commissionati per essere abbinati a un testo redazionale e non sempre venivano pubblicati e quindi il materiale esposto non è solo quello edito da «Look», ma anche tutta una serie di immagini che in realtà non hanno mai visto la luce.
Aggiungiamo che la scoperta di un Kubrick fotoreporter è abbastanza recente e risale alla fine degli anni Novanta grazie al professor Rainer Crone. Pur essendo a conoscenza di queste fotografie, non si sapeva dove fossero. Neanche Kubrick conosceva l’ubicazione dei negativi e delle stampe che lui non possedeva. Crone in pratica riuscì a rintracciare molti negativi originali in alcuni archivi della Library of Congress di Washington e un fondo che, donato nel 1952 dal proprietario di «Look» al New York City Museum, raccoglieva i due terzi dei negativi di Kubrick.

Nello spazio reinterpretato da Simona Cossu del Magazzino delle Idee con la costruzione di nuove pareti, si va alla scoperta degli scatti di Kubrick, il quale niziò ad allenare il suo occhio appena adolescente quando il padre gli regalò una Graflex, la macchina dei fotoreporter dell’epoca.
Kubrick osservava situazioni, persone della sua città, New York, con un forte senso narrativo come le 250 fotografie, in mostra solo un paio, che documentano la giornata di Mickey, un giovane lustrascarpe oppure il servizio inedito dell’aspirante modella e attrice Rosemary Williams dove viene contrapposto il personaggio pubblico al vissuto personale. Foto dove i soggetti vengono messi in posa, caratteristica questa che anticipa il controllo al dettaglio di quando gestirà il set cinematografico.
Scatti rubati di vita quotidiana a Montgomery Clift, fotografato a casa del suo amico e collega Kevin MCCarthy o a Betsy von Furstenberg mentre ripassa la sua parte o al campione di pugilato italo-americano Rocky Graziano immortalato sotto la doccia. Oppure foto dello zoo, aveva diciott’anni allora, dove il punto di vista è ribaltato dalla parte della scimmia, How a monkey look to people… how people look to a monkey, ma anche di alcuni personaggi eccentrici del Ringling Bros and Barnum & Bailey Circus.

Le relazioni umane sono al centro di altri scatti: i pazienti nella sala d’attesa di un dentista, gli abitanti del Greenwich Village che fanno il bucato in una lavanderia a gettoni, le smorfie dei newyorkesi per le strade della città, le attività dei bambini mentre le mamme fanno shopping, una coppia abbracciata sui sedili della metropolitana…
Immagini facili da leggere, perché «Look» voleva che il lettore potesse immedesimarsi, ma che evidenziano il modus operandi di Kubrick. Da un lato il filone delle photo-story, dall’altro l’aspetto narrativo del singolo scatto e queste due caratteristiche le ritroveremo anche in pellicola quando Kubrick creerà le sue sequenze statiche. Come dire, l’amore per la fotografia, il primo amore, non si scorda mai.

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