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REVIEW – LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO

La pazza della porta accanto: in manicomio “per imparare a morire”.

di Barbara Palumbo

In effetti  era così, la Alda, come diremmo noi a Milano, la incontravi sul naviglio con l’eterna sigaretta accesa in bocca, mentre passeggiava. La conoscevano tutti e conoscevamo tutti, era la vicina di tutti. Non era nata sui Navigli, ma lì si è creato il suo mito.

La chiamavano (e la chiamano ancora) la poetessa dei Navigli. Prima, però, era solo Alda la pazza. Era stata in manicomio più volte, “all’inferno” come diceva lei… Perché “si va in manicomio per imparare a morire”.

È quello il periodo che, nello spettacolo diretto da Alessandro Gassmann e in scena fino al 29 gennaio al Teatro Menotti, Carlo Fava ha raccontato nel dramma: La pazza della porta accanto (citazione del testo in prosa pubblicato dalla Merini nel 1955).

Anna Foglietta interpreta Alda. L’inziale sensazione è quella che l’attrice sia un po’ sopra le righe, ma dopo poco eccola magnificamente calata nel personaggio, con il corpo che asseconda quella malattia curata con farmaci sbagliati ed elettroshock.

Accanto a lei un magnifico Liborio Natali nel ruolo di Pierre. La sua interpretazione fisica ha raggiunto una tale credibilità che ci manca il fiato e ci commuove. Tenere quell’intenzione, quella fisicità e quel ruolo, senza cadere nello stereotipo, denota e indica una grande professionalità e impegno.

La regia è ben curata e la scenografia semplice ed efficace; forse un po’ troppo pulita, nel senso che perdiamo il senso di abbandono e di poca umanità che questi luoghi avevano. Abbiamo in mente gli scatti drammatici di Berengo Gardin e della Cerati nel bellissimo volume fotografico Morire di classe, dove da quelle immagini traspare il disagio, la puzza, la condizione disumana di persone, uomini e donne, che avrebbero bisogno di altro; ma questo è un giudizio estremamente personale.

Lo spettacolo va visto senza ombra di dubbio. Solo un momento non ci ha convinto completamente. Nel finale dove le “detenute”, scusate ci viene da definirle così, vengono liberate per la legge Basaglia (1978),  si riuniscono in proscenio e ognuna di loro recita una battuta, ecco questo lo abbiamo trovato un po’ banale e scontato, forse il solo movimento scenico in avanti, in silenzio, dando spazio ai sentimenti contrastanti di coloro che hanno vissuto da recluse e che ora devono imparare a vivere nel mondo, talvolta ostile e in parte sconosciuto, ma felici per una nuova dimensione senza sbarre, avrebbe toccato in maniera più profonda.

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