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REVIEW – TORRE ELETTRA

Locandina di Torre Elettra

Locandina di Torre Elettra

Un’analisi della mente umana tra odio e vendetta, dagli antichi greci ad oggi

di Ilaria Faraoni

Giancarlo Nicoletti, interprete, autore, e regista, ha presentato sulle scene – dopo la sua Trilogia del contemporaneo che gli è valsa tante soddisfazioni e riconoscimenti – un nuovo lavoro teatrale, ancora una volta da lui scritto e diretto: Torre Elettra, in programmazione al Teatro Brancaccino di Roma fino a domenica 29 gennaio.

Nicoletti continua la sua ricerca dotta tra le pagine e i temi dei grandi autori del passato per svilupparli nella contemporaneità con la sua personale visione delle tematiche e delle problematiche di oggi, che sono alla fine le stesse di ieri. E se per Kensington Gardens, l’ultimo lavoro della trilogia, aveva attinto dichiaratamente a Il Gabbiano di Čechov, nel nuovo spettacolo – oltre ad alcuni riferimenti ad autori del Novecento – lo spunto e lo scheletro narrativo prendono le mosse dagli antichi tragediografi greci, Eschilo, Sofocle ed Euripide, come si può evincere già dal richiamo nel titolo dello spettacolo. Il mito preso in considerazione, infatti – trattato da tutti e tre gli autori – vede protagonisti Agamennone re di Micene (o di Argo); Ifigenia (una delle figlie sacrificata agli dei – causa l’assenza di venti propizi – per permettere  alla flotta di Agamennone di salpare alla volta di Troia); Clitennestra, la moglie di Agamennone che, con l’amante Egisto, uccide lo sposo per vendicare la figlia e prendere il potere; Elettra, la figlia di Agamennone e Clitennestra che desidera vendetta per l’uccisione del padre; Oreste, il figlio di Agamennone e Clitennestra che da solo o con la sorella Elettra – a seconda dei diversi tragediografi – vendica il padre uccidendo sua madre e l’amante che, tra l’altro, è cugino di Agamennone.

Valentina Perrella

L’azione di Torre Elettra si svolge in una possibile Roma del futuro, una città le cui periferie si sono ribellate alle istituzioni statali, regionali e provinciali, ottenendo l’indipendenza con una sanguinosa guerra civile di cui Torre Elettra, dove sono radunati tutti i protagonisti, è l’emblema. Diciotto anni prima del tempo della narrazione, Fulvio (che ha la funzione di Agamennone) ha guidato la rivolta e, portando con sé agli scontri la figlia sedicenne, ne ha causato involontariamente la morte, innescando la crisi definitiva del suo matrimonio. Poco dopo è morto. Velia (Liliana Massari), la moglie, con l’amante Sergio (Matteo Montalto), che ha preso il posto di Fulvio nel Fronte di gente comune – il movimento che ha in mano il potere delle periferie “indipendenti”” – ha pianificato la morte del marito: Fulvio aveva infatti contratto, tradendola, la Sindrome di Tantalo, una malattia trasmissibile come l’HIV che, creata ad hoc da Nicoletti, provoca allucinazioni e lenta morte, perché l’organismo non assorbe i nutrienti degli alimenti ingeriti; il male può essere tenuto sotto controllo, allungando le prospettive di vita, grazie all’uso di flebo, rimedio che Velia ha negato al marito, facendo passare la sua malattia per cancro all’ultimo stadio. Il rimando a Tantalo sembra essere rivolto su due fronti: da un lato, dichiarato, al figlio di Zeus e al noto mito a lui legato (che culmina nel famoso e proverbiale supplizio); dall’altro al primo marito di Clitennestra, Tantalo figlio di Tieste e re di Pisa nel Peloponneso, che Agamennone aveva ucciso insieme al bambino della coppia. Ulteriore dunque, il motivo di odio e desiderio di vendetta da parte della donna.

Altra strizzata d’occhio in tema, è lo spettacolo che i protagonisti della pièce vanno a vedere a teatro: l’Amleto di Shakespeare.

Alma (Valentina Perrella), la moderna Elettra di Nicoletti, appare qui il motore di tutta la vicenda, con la sua sete implacabile di giustizia, in una realtà – quella di Torre Elettra – in cui questa non la si può aspettare da nessuno e la si può ottenere solo con la vendetta privata: “La giustizia non l’ho mai vista né con lo Stato, né senza”, afferma la donna. Per queste sue caratteristiche, perciò, per l’ossessione con cui ha meditato di vendicare l’assassinio del padre, l’Elettra di riferimento per il personaggio di Alma è senza dubbio quella delineata da Sofocle.

Luciano Guerra

Il fratello Flavio (Luciano Guerra), appena tornato dalla Germania, non è invece assimilabile a nessun Oreste delle tragedie, perché più che agire consente e tace e – alla fine – per “spirito di sopravvivenza”, come detto nel dramma, si costringe ad affermare: “Non è successo niente!”. Il Flavio/Oreste, delineato da Nicoletti, rappresenta il contraltare ai ribelli, il ragazzo vissuto all’ombra di una democrazia, quella tedesca, dove tutto funziona; incarna l’occidentale che Alma non sopporta, colui che crede nelle istituzioni ed in organi superiori che possano rappresentare la giustizia; è colui che disapprova le scelte del padre, perché, come sostiene, pensa con la propria testa. Ma della fede nei valori democratici di cui si vanta rappresenta solo l’apparenza, il lato esteriore. Perché è bloccato, come gli altri, in un mondo che – sotto la guida dello Stato o di un “governo” di un popolo apparentemente autogestito – guarda solo ai propri interessi, ai propri malesseri, al proprio orticello; un mondo dove la morte e la vita non contano nulla; la morale non conta nulla. Perché, sembra dire Nicoletti, il problema non è al di fuori di noi, non è in chi ci governa o in chi crediamo causa dei nostri mali, ma è soltanto in noi stessi: nell’odio, nella vendetta, in quel volersi fare giustizia da soli, in quei sentimenti che l’autore evidenzia come, umani, connaturati  e, per questo, ritenuti legittimi.

Sebbene lo spettacolo, come Kensington Gardens, sia ambientato in un futuro che potrebbe non accadere mai, le problematiche contro cui punta il dito, purtroppo, sono sempre più reali, insinuanti, comuni: Torre Elettra è dietro l’angolo ed i fatti di cronaca ce lo ricordano ogni giorno.

Del resto anche Valerio (Alessandro Giova) – giornalista amico di Flavio, anch’egli vissuto per un periodo in Germania – che rappresenta l’occhio esterno, una sorta di mano tesa verso gli spettatori, è schiavo e complice della logica di Torre Elettra, altrettanto colpevole dei crimini che vengono commessi sotto i suoi occhi, senza che lui si adoperi per fermarli o per denunciarli, spinto dalla voglia di affrontare il mare, lui che ha sempre nuotato nella sicurezza di una piscina, e di dare forma al caos; “becchino”, come lo chiama Olimpia (Cristina Todaro) la compagna di Alma, in mezzo ad un branco di morti senza speranze e sogni, senza scopi, vivi soltanto all’anagrafe.

Liliana Massari

La scenografia è costituita da un mare di scatoloni, gli stessi che contengono i televisori che contrabbanda Olimpia: una scenografia bloccata, unica, come bloccati sono tutti i personaggi creati da Nicoletti, che con ottima regia riesce a creare, in sintonia con il disegno luci (che definisce anche i tempi di quello che in realtà è un atto unico di circa un’ora e mezza), i diversi momenti in cui si svolge il dramma e a definire luoghi e tempi per le rese finali dei vari personaggi che colloquiano ora con l’uno, ora con l’altro, incalzati dalla domanda quasi ossessiva “Cosa senti?”: intorno a loro gli altri compagni sono presenti solo per gli occhi degli spettatori, ma sono in altro tempo e forse in altro spazio, in una unità visiva che li vuole accomunare nello stesso destino, quello che da soli si sono scelti. Perché il destino si sceglie, come spiega Olimpia a Valerio per conto dell’autore.

Un discorso a parte è rappresentato dalla sfiducia nei mezzi di comunicazione, soprattutto nella stampa, sempre presente nei testi di Nicoletti, tanto più interessante da analizzare perché fatto da un autore che ha vissuto l’esperienza in prima persona, dall’altra parte della “barricata”, quella appunto della carta stampata.

Il cast, che in prevalenza è lo stesso dei lavori precedenti, presentati da Planet Arts Collettivo Teatrale, è tutto di alto livello e rende semplice portare in scena spettacoli che semplici non sono, per ritmi, incastri, scrittura e intenzioni emotive.

Tutti veri, intensi, commoventi, taglienti, il culmine interpretativo viene raggiunto nell’intensa scena finale a tre, tra la madre ed i suoi figli, sottolineata dall’efficace effetto luce: Liliana Massari, Valentina Perrella e Luciano Guerra toccano l’anima in profondità sapientemente guidati dalla regia di Nicoletti, che diventa quasi coreografia.

Per la scheda dello spettacolo rimandiamo al comunicato stampa pubblicato QUI

 

About Ilaria Faraoni

Giornalista, laureata in “Lettere Moderne – discipline dello spettacolo” alla Sapienza di Roma (vecchio ordinamento) con una tesi in “Storia del Teatro”, ho studiato musica e chitarra classica per 10 anni con il Maestro Roberto Fabbri, sono istruttrice FITD di balli coreografici a squadre (coreographic team). Il mio interesse per l’arte è a 360°. Ho studiato fumetto diplomandomi alla “Scuola Internazionale di Comics”. Tra le mie attività c’è anche la pittura: ho frequentato i corsi della Maestra Rosemaria Rizzo e ho tenuto diverse mostre personali (una delle quali interamente dedicata al mondo del musical) in sedi prestigiose; nel 2012 sono stata premiata a Palazzo Valentini (sede ufficiale della Provincia di Roma) con un Merit Award per la promozione dell’acquerello.

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