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REVIEW – ATTENDS, ATTENDS, ATTENDS… (POUR MON PÈRE)

Quando la visione dura troppo

di Barbara Palumbo

L’attesissimo Attends, attends, attends…(pour mon père) di Jan Fabre si è fermato alla Triennale Teatro dell’Arte per soli tre giorni.

Il regista-coreografo belga ha creato questo assolo nel 2014 per Cédric Charron, che lavora con Fabre e con la sua compagnia, Troubleyn, da quasi vent’anni.

Lo spettacolo che vede il solo Charron in scena, racconta uno tra i  passaggi più dolorosi della vita di un uomo: la perdita del padre. Troviamo sul palco uomo che non si ritiene ancora tale e che cerca, in qualche modo, di trattenere il genitore il più possibile, ma sa che questo non è possibile; ecco, quindi, che si trasforma in un novello Caronte (giocando anche sull’assonanza con il cognome dell’artista in scena),  pronto ad accompagnare il padre in quest’ultimo viaggio al di là dello Stige.

Charron compare in mezzo a una fitta nebbia, vestito di rosso con un palo, unico oggetto di scena, insieme a tre microfoni che serviranno per amplificare i testi. In tasca ha delle monete che dona al padre, anche qui un ulteriore richiamo al mondo greco, dove si era soliti mettere una moneta sotto la lingua del defunto o due sugli occhi, per pagare il traghettatore. Qui ogni moneta è un pezzo della loro storia e del loro rapporto, un rapporto a volte difficile, un’autobiografia di Charron tradotta da Fabre.

Fisicamente molto impegnativo e sostenuto magistralmente da Cédric, il lavoro, grazie alle luci e al forte contrasto tra le nebbia e il rosso dei vestiti dell’interprete, ci offre delle bellissime suggestioni visive, ma a nostro giudizio lo spettacolo risulta un po’ troppo dilatato. Sebbene le immagini siano belle e possano essere paragonate a delle suggestive visioni oniriche, sessanta minuti sono troppi e la drammaturgia strutturata con: dono della moneta, narrazione e coreografia non sorprende più e diventa prevedibile.

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