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IO NON CONOSCO GIOVANNI MONGIANO

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Caso Mongiano: se nessuno sa che esisti nessuno verrà a vederti

di Paolo D. M. Vitale

Sarà che sono un bastiàn contrario, sarà che non riesco a non chiedermi il “perchè” delle cose, sarà che non nutro nessuna fiducia nella stampa generalista, ma a me tutta questa storia dell’attore che recita senza pubblico è subito sembrata l’ennesima psicomania collettiva.

Passato ormai alla storia, probabilmente controvoglia , come “l’attore che recita da solo”, la vicenda di Giovanni Mongiano la conosciamo tutti: un sabato sera a Gallarate, il Teatro del Popolo, la platea deserta. Neanche un amico o un parente. Nemmeno un ospite omaggio. Nessuno! Ma Mongiano non si scoraggia e, facendo grande onore al mestiere che ha deciso di intraprendere, mette in scena lo stesso la sua pièce. Un finale da maestro.

Applausi universali… postumi! Stampa e social in preda all’isteria. “In scena senza pubblico per amore del teatro: lo spettacolo che nessuno ha visto”, titola La Repubblica. “Questa società non ama l’arte” apostrofa Il Corriere.

Ma è proprio così? L’unica cosa che possiamo imparare da questa vicenda, tirando le somme, sarebbe quella che il popolo italiano è sgarbianamente “capra”? Siamo cioè tutti degli emeriti ignoranti perché il sabato sera dell’8 aprile abbiamo preferito andare andare a mangiare una pizza invece che andare al Teatro del Popolo di Gallarate ad assistere al monologo “Improvvisazioni di un attore che legge” scritto, diretto ed interpretato da Giovanni Mongiano?

Io sinceramente non credo.

Io non conosco Giovanni Mongiano. Mai sentito. Da anni ricevo quotidianamente tra le 40 e le 50 mail dagli uffici stampa di teatri e di spettacoli, ma non ho mai ricevuto una sola riga da Giovanni Mongiano nè dal Teatro del Popolo di Gallarate. Così ho chiesto ad amici e colleghi del settore se qualcuno lo conoscesse. Niente da fare: nessuno ha risposto positivamente. Eppure la carriera di Mongiano è lunga e rispettabile e tutto lascia pensare ad un professionista serio e competente (qui la pagina wikipedia di Mongiano).

Rifiutando a priori la tesi del “popolo capra” e confidando nel talento di Mongiano (dando cioè per scontato che lui ed il suo monologo valgano più di una pizza con gli amici) dobbiamo tornare al problema principale per capire come mai la platea fosse immeritatamente deserta.

Che non ci sia stato sotto un problema di marketing sbagliato? Quante persone erano a conoscenza di queste recite? Quanto costava il biglietto? Quali canali di comunicazione erano stati attivati per promuovere lo spettacolo?

Il pubblico non rinuncia ad una pizza con gli amici o ad una domenica al parco se non è fortemente motivato. La pubblicità, le promozioni, la stampa… non sono optional! Amare il teatro non significa solo “recitare senza pubblico”. Amare il teatro significa anche promuoverlo, renderlo interessante, accattivante… Saperlo vendere! E’ prosaico lo so, specialmente se riferito alla storia romantica “dell’attore che recita da solo”, ma è la cruda verità. Non basta essere bravi dentro al teatro, ma bisogna essere bravi anche fuori, perché prima il pubblico in teatro devi riuscire a portarcelo.

Mongiano, che da anni gestisce una realtà locale a Fontaneto Po, questo lo sa benissimo: “So cosa vuol dire impegnarsi per far quadrare i conti e per avere gente a teatro. Da due anni e mezzo facciamo sempre il tutto esaurito e siamo, a livello nazionale, in testa alle classifiche per le migliori performance di spettatori per replica” ha dichiarato a Mariangela Gerletti di VareseNews.

Tuttavia a Gallarate qualcosa non ha funzionato e nessuno si è preso la briga di pensare alla comunicazione dello spettacolo.

Il caso Mongiano probabilmente dimostra che siamo tutti un po’ capre, è vero, ma dimostra anche l’arroganza di un teatro che non vuole andare a cercare il suo pubblico. Un teatro che attende immobile gli spettatori anche al costo di andare in scena da solo.

Non parlo più di Mongiano, sia chiaro, ma del Teatro in generale. A Broadway, pur di non lasciare posti vuoti, vengono svenduti i biglietti poco prima dell’inizio dello spettacolo. Da noi sarebbe impensabile. E sempre a New York, i performer dei musical cantano e ballano a Times Square pur di attirare il pubblico in coda alla Red Stairs. Noi non ci degnano, a volte, nemmeno di appendere la locandina. Più di una volta mi è capitato di andare a teatro e non trovare nemmeno il foglio di sala col cast. Non lamentiamoci quindi se sabato sera non c’era nessuno al Teatro del Popolo di Gallarate.

Giusto per dare un po’ di numeri: la pagina facebook ufficiale del Teatro del Popolo (teatro aperto nel 1920) ha meno di 600 like. La pagina Facebook dei miei gatti ne ha più di 1100. A voi le considerazioni.

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Code all’ingresso di Palazzo Reale a Milano per alcune mostre d’arte (Newpress)

Caro Corriere della Sera, non è la società che non ama l’arte, ma è il teatro che non ama la comunicazione. Se nessuno sa che esisti, nessuno verrà a vederti. La comunicazione è una cosa troppo seria per essere improvvisata o trascurata.

Sembra averlo capito benissimo l’arte figurativa che negli ultimi decenni ha registrato numeri da capogiro (leggi qui l’articolo de L’Espresso). Il merito di questo successo? Un nuovo modo di comunicare. Oggi le mostre d’arte si pubblicizzano come se fossero profumi di Dior, vestiti di Armani, happening imperdibili come una sfilata di Victoria’s Secret. Il pubblico viene bombardato per mesi con i cartelloni di questo o di quel pittore giapponese tanto che alla fine ti dici “io non so chi sia, ma deve essere uno bravissimo” e vai a vederlo.

Caro Mongiano, mi dispiace per quanto è successo sabato scorso a Gallarate e ti porgo tutta la mia solidarietà, ma qui dobbiamo ripensare a tutta la comunicazione di settore, perchè la prossima volta, del tuo spettacolo, vogliamo saperlo prima, non dopo!

About Paolo D. M. Vitale

Architetto e giornalista, è editore e direttore del portale Centralpalc.com e del magazine Musical!. E’ membro della giuria in importanti concorsi teatrali di rilievo nazionale (Musical Awards, Oscar Italiani del Musical, PrIMO). Associa il suo impegno di giornalista all’attività di scenografo e lighting designer per il teatro sia in Italia che all’estero.

5 comments

  1. Taluni attori sanno essere almeno una volta nella loro vita più furbi che santi. La pubblicità in qualche modo è arrivata, molto più efficacemente che con l’aiuto di qualunque agenzia. E certamente i prossimi spettacoli saranno tutt’altro che deserti. A prescindere dal loro valore.

  2. Quello che e’ successo al Sig.Mongiano e’ il catalizzatore di un Paese che rifiuta se stesso, in quanto sino a pochi anni fa i teatri di prosa, se non erano pieni, quantomeno vi erano cultori dell’arte teatrale, nata peraltro in questo Paese.

  3. Nono sono d’accordo, o meglio in parte non lo sono. Il tuo discorso è realtà ma non per questo giustizia. Se pensiamo ad una voce soave, una vera promessa, che canta nella sua cantina ma non sa vendersi, non conosce le leve del marketing o non ha i mezzi per sfruttarle… è giusto che rimanga nell’ombra? E’ giusto che la sua incapacità di essere “social” penalizzi il suo innato talento?

    Molto probabilmente il nostro buon Mongiano non è un fenomeno, non è una vera promessa, non è un talento…

    Ma gli Italiani devono imparare a godere della buona cultura, indipendentemente dalla sua capacità di vendersi. Bisogna essere curiosi, scovare i talenti nascosti, cercare i migliori eventi. Dobbiamo essere noi a cercare ill teatro, non lui a cercare noi.
    Chi è obbligato a vendersi per esistere spesso è solo specchio di un contenuto che non c’è.

  4. Gentile Federico,
    capisco benissimo le sue perplessità e concordo. Quello che critichiamo in questo articolo è l’arretratezza comunicativa del settore. Teatri, produzioni, organizzatori e distributori sono rimasti indietro rispetto alla capacità comunicativa (e non solo rispetto ai social). Non ci sentiamo di incolpare il pubblico se spesso chi non ha contenuto ha più successo di chi ce l’ha. Sarà ingiusto, ma bisogna sapersi vendere, anche nel teatro! Cantare benissimo, ma in una cantina, non è cosa furba.

  5. Certo, non ha fatto cinema, e questo lo rende pressoche inesistente nel panorama contemporaneo.

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