
Trieste omaggia con una mostra Omero Antonutti: “il più grande attore cinematografico e teatrale regionale del dopoguerra”.

di Prunella
Colpo di teatro. All’inaugurazione della mostra Il tempo di Omero Voce, corpo, sguardo di Antonutti è arrivata Elisabetta Pozzi, impegnata a Trieste nelle prove dello spettacolo The Other Side di Ariel Dorfman, che ha debuttato al Mittelfest lo scorso 19 luglio. E proprio la Pozzi ha raccontato che se ha deciso di diventare attrice, è perché al ginnasio andò a vedere a Genova (sua città natale) Madre Courage con Antonutti.
«La professoressa di lettere capì il mio amore per il teatro, vidi nove repliche dello spettacolo, e mi fece fare una tesina su questo lavoro» – e qui, l’ideatore della mostra, Franco Però e i curatori Paolo Quazzolo e Massimimiliano Spanu dell’Università degli Studi di Trieste hanno rumoreggiato allegramente dicendo, ma dovevi darci questa tesina!
Comunque la Pozzi ha concluso raccontando che nel 1975 Luigi Squarzina la chiamò per recitare ne Il fu Mattia Pascal «e lì conobbi Omero».
Nelle tre stanze della Sala Attilio Selva di Palazzo Gopcevich del capoluogo giuliano quello che si vede è soltanto la punta dell’iceberg e la difficoltà dell’allestimento è stato proprio scegliere il materiale, ha spiegato Quazzolo.
Materiale che ripercorrere le tappe fondamentali della sua carriera teatrale e cinematografica, costruita attorno alla collezione privata dell’associazione culturale Omero Antonutti, presieduta dalla vedova Graziella Moreale Antonutti, cui vanno aggiunti materiali delle collezioni del Museo teatrale, come alcune locandine, tra cui quella della prima assoluta di Un Marito di Italo Svevo della stagione 1960/61 per la regia di Sandro Bolchi dell’allora Teatro Stabile della Città di Trieste, da cui l’odierno Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.
Pur essendoci solo tre sale il visitatore sprovveduto non sa da che parte iniziare per la mancanza di indicazioni. Entrando, andate a destra, nella sala dedicata al teatro, scivolate in quella centrale, dove in questo allestimento a oblò molto suggestivo a cura dello Studio Basiq, potrete scoprire un angolo molto intimo, la postazione di lavoro di Omero Antonutti (1935-2019) quando studiava i testi, poltrona, tavolino, lampada che provengono da casa sua e poi passate nell’ultima sala dedicata al cinema.
Si tratta di un omaggio nella ricorrenza del 90esimo anniversario della nascita alla carriera dell’attore friulano (nato a Blessano, una frazione di Basiliano a sei chilometri da Udine) e triestino d’adozione da quando era neonato, ma anche celebre doppiatore (di Christopher Lee ne Il signore degli Anelli, di Michael Parks in Kill Bill: vol. 2, di John Hurt in V per Vendetta, di Omar Sharif in Monsieur Ibrahim).

Manifesti, locandine teatrali e cinematografiche, fotobuste e fotografie di scena, tra cui quelle di Umberto Montiroli, scatti originali riferiti ai set dei fratelli Taviani, immagini e documenti dei suoi viaggi e trasferte professionali, medaglie premi ricevuti nell’arco di sessant’anni, libri appuntati e autografati, copioni e brochure, oggetti di scena, il baule dell’attore, la coppola usata sul set di Padre padrone, l’abito di scena per il ruolo di Pirandello in Kaos.
E pensare che Antonutti, dopo il diploma come perito industriale all’Istituto Tecnico Statale “A. Volta”, si era iscritto a un corso di dizione promosso dal’Accademia d’Arte Drammatica annessa al Teatro Stabile “Città di Trieste” per potersi esprimere con chiarezza e senza alcuna cadenza durante le riunioni di lavoro – il suo primo impiego fu presso la Fabbrica Macchine di S. Andrea -.
Così, dopo tre anni di corso, verrà scritturato dalla Compagnia del Teatro Stabile e debutterà nel 1959 in ruolo secondario de L’ispettore generale di Gogol, mentre nel 1962 sarà tra i protagonisti, sempre nel capoluogo giuliano, di Tre quarti di luna, un testo di Luigi Squarzina, allora condirettore assieme a Ivo Chiesa, dello Stabile di Genova. E a Genova diventerà il protagonista di alcuni spettacoli che hanno segnato la storia del teatro italiano, a fianco di Lina Volonghi e Alberto Lionello, come una memorabile edizione dei Rusteghi goldoniani (1969) o Cinque giorni al porto di Squarzina (1969).

Sarà il 1971 un anno di svolta nella sua vita. A una rappresentazione del Giulio Cesare di Skakespeare all’Eliseo di Roma in sala c’erano Paolo e Vittorio Taviani i quali si convinsero di aver trovato il protagonista del film che volevano realizzare partendo dal romanzo Padre padrone dello scrittore sardo Gavino Ledda. Dai Taviani a Marco Tullio Giordana, da Carlos Saura a Theo Angelopoulos, da Miguel Littin a Michele Placido e Paolo Virzì.
Paolo Lughi sul quotidiano triestino “Il Piccolo” ha scritto che è stato il più grande attore cinematografico e teatrale regionale del dopoguerra, protagonista del cinema d’autore internazionale. Un attore un po’ anomalo, che costruiva dentro, non fuori, senza prevaricare il disegno di regia totale.
«Non sono un mattatore. Al contrario mi piace nascondermi».
La mostra è realizzata dall’Associazione Casa del Cinema di Trieste con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, in co-organizzazione con il Comune di Trieste e in collaborazione con l’Associazione culturale Omero Antonutti. L’iniziativa si avvale inoltre della consulenza scientifica del Civico Museo Teatrale Carlo Schmidl e della partecipazione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, del Teatro Nazionale di Genova, di Mittelfest, delle Teche Rai. La rassegna è visitabile da mercoledì a domenica con ingresso libero dalle ore 10 alle 18 fino al 12 ottobre 2025.
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