di Prunella
Tre repliche per La Bajadera di Emmerich Kálmán. A luglio. Al Teatro Verdi di Trieste. Sua la produzione. Titolo che rientra in quello che è il Festival dell’Operetta redivivo, quarta edizione, e che ha debuttato al Politeama Rossetti a giugno con Ballo al Savoy.
Anima di questi divertissement, estremamente complessi, come interprete, regista e penna che ha adattato entrambi i titoli è quel fuoco d’artificio che è Andrea Binetti, erede di Sandro Massimini.
Da anni, visti i tagli imposti nel passato, con l’Associazione Internazionale dell’Operetta, coadiuvato dall’instancabile Rossana Poletti, direttrice organizzativa, Binetti ha sempre cercato di mantenere accesa la fiamma della piccola lirica. Un Nikola Tesla dello spettacolo, con budget limitati, ma che con passione e amore ha fatto rivivere sulle tavole del palcoscenico i grandi autori del genere.
Per Bajadera c’era dietro la Fondazione del Teatro Verdi e si è respirato nell’allestimento una certa grandeur… comunque trattenuta. L’operetta costa come qualsiasi produzione e, se non si crede nel genere, quello che ne vien fuori è una messa in scena dignitosa, ma niente di più. Questo però è quel che passa il convento e dobbiamo accontentarci.
Comunque dopo La Principessa della csárdás e La Contessa Mariza, Binetti ha chiuso la trilogia del compositore ungherese con questa operetta del 1921 che il pubblico ha applaudito con calore, inghiottito dalla storia esotica, scintillante e futile, e trascinato dalla simpatia dei suoi beniamini, in primis Ariella Reggio nel ruolo di Ariellette, capo claque del teatro, Alessio Colautti in quello dell’eunuco Jokhim-Mukt e, ovviamente Andrea Binetti alias Napoleone di Saint-Cloche. Comunque l’intero cast è stato salutato con battimani fragorosi.

Questa è un’operetta nell’operetta. Infatti l’azione si svolge al teatro Châtelet di Parigi dove si replica l’operetta Bajadera con la primadonna Odette Darimonde (il soprano serbo Ana Petricevic). E dal’India arriva il principe Radjami, erede del trono di Lahore (il tenore Domenico Menini) che si innamora di Odette e la vuole sposare, bypassando la legge dinastica che gli impone un matrimonio con sei fanciulle scelte tra la nobiltà indiana. Quando sembra che tra i due non ci sarà un finale rosa, un ingegnoso espediente rimetterà le cose a posto.
Attorno ai due protagonisti un carosello di personaggi tirati a lucido che sparano battute e motti di spirito. Intanto c’è il triangolo amoroso tra Napoleone, viveur parigino (Binetti calamita simpatia, balla in maniera sfrenata e non dimentichiamo la sua voce tenorile dal timbro brillante), Marietta (Alessandra Della Croce, mezzosoprano agile nel canto, nei movimenti, non a caso è diplomata in danza classica e moderna, simpatica in questo ruolo comico) e suo marito, l’industriale della cioccolata, Luigi Filippo La Tourette (un Gualtiero Giorgini, calato ottimamente nel personaggio che pensa solo a pasti luculliani, in superficie noioso e distratto nei confronti della moglie, ma forse è solo una facciata per liberarsi di lei).

Poi c’è Arielette, il deus ex machina dei due innamorati, la nostra Reggio che ogni tanto infila qualche battuta in dialetto, mandando in visibilio il pubblico; l’eunuco al seguito del principe Radjami, un Alessio Colautti che vorrebbe il principe tutto per sé, smorfioso, sferzante con garbo; il severo Maurizio Zacchigna nel ruolo di Trebisonde, il direttore dello Châtelet; l’ansioso colonnello Parker, Julian Sgherla, protagonista di uno svenimento funambolico; l’onnipresente giornalista Cohen, interpretato da Michele Dirodi.
Applaudita anche la coppia “lirica”, credibile nei rispettivi ruoli: lei in quello di attrice affermata che con stupore accetta il corteggiamento del principe, abbandonando le riserve per poi tirarsi indietro; lui indossando lo charme del bel tenebroso. Pregevoli vocalmente in questa partitura che mescola, sì, la tradizione del valzer, dello shimmy, ma anche tanto Puccini.
Delizioso il corpo di ballo istruito da Noemi Gaggi e Luca Miclausig; l’orchestra del Verdi diretta da Andrea Albertin ha fatto il suo in maniera corretta e sempre ineccepibile il coro diretto da Paolo Longo.
