Agamennone al Teatro Menotti: la caduta degli eroi e delle maschere
di Paolo D. M. Vitale
Spetta all’Agamennone nella riscrittura di Fabrizio Sinisi e per la regia di Gianluigi Fogacci l’onore e l’onere di inaugurare la nuova stagione del Teatro Menotti di Milano (leggi qui la nostra presentazione). Un’apertura di forte impatto che riconnette il pubblico contemporaneo con il mito degli Atridi, sfrondandone la veste monumentalmente distante per farne riemergere la materia più intima e lacerante.
Spettacoli di questo tipo hanno l’indiscusso merito di portare i grandi temi e i personaggi del teatro classico all’interno di spazi più raccolti e intimi, spesso privi dei mezzi per sostenere messe in scena imponenti (emblematica, in questo senso, l’assenza del coro nella sua forma tradizionale). Lontana dalle titaniche scenografie d’un tempo, la tragedia guadagna una vicinanza quasi fisica con lo spettatore, trasformandosi in una vera e propria camera oscura delle passioni umane.
Ciò che sopravvive con intatta potenza dalla matrice originale è la sua assoluta ambiguità morale: sul palcoscenico cade qualsiasi distinzione manichea. Diventa impossibile stabilire con certezza chi abbia torto e chi ragione, chi sia la vera vittima e chi il carnefice, chi sia ormai sprofondato nella follia e chi mantenga un barlume di lucidità.
In questo quadro di incertezza etica emergono con forza i riferimenti al teatro pirandelliano, incentrati sul crollo delle apparenze e sul continuo gioco delle parti:
Agamennone (Sergio Basile), una volta tornato a casa, depone la maschera dell’eroe omerico bidimensionale e del condottiero vincente per svelarsi come un uomo fragile, dilaniato e divorato dal senso di colpa per i sacrifici compiuti. Clitennestra (Maddalena Crippa) compie una metamorfosi drammatica spiazzante: se in un primo momento appare come la regina colpevole di adulterio e incapace di governare la polis, si rivela infine nella sua dimensione più dolorosa, quella di una madre straziata vittima dell’atroce assassinio della figlia. Cassandra (Emilia Scatigno), in questo ribaltamento di prospettive, resta l’unica figura tragica nel senso più puro: una vittima sottomessa a un destino immutabile che non può essere modificato o evitato e di cui è pienamente e lucidamente consapevole.
A tenere le redini di questa complessa tensione emotiva sono le eccellenti prove interpretative di tutto il cast. Maddalena Crippa e Sergio Basile regalano due prestazioni di straordinaria caratura e maturità: la prima dà corpo a una Clitennestra vibrante, regalmente disperata e ricca di sfumature; il secondo incarna un Agamennone dolente e scavato dall’interno, magistrale nel rendere evidente l’abisso interiore del re sconfitto. Una menzione speciale va fatta per Emilia Scatigno: pur essendo scenicamente giovane, sorprende per la freschezza e per l’indiscussa maturità con cui riesce a gestire un personaggio tragicamente complesso e denso come quello di Cassandra, tenendo il palco con sicura presenza. Completano con efficacia e rigore il quadro Claudio Pellegrini e Alessandro Sampaoli, abili nel dare voce e corpo ad una polis – il coro – che giudica e punisce i potenti con spietata crudeltà.
La regia costruisce una messa in scena “contemporanea” sobria e misurata, capace di rimanere rigorosamente al servizio della narrazione. Questa veste moderna non disturba e non cede a facili intellettualismi: nulla toglie e nulla aggiunge alla forza primordiale del mito, dimostrando come la grande drammaturgia non abbia bisogno di imponenti allestimenti per continuare a parlare al nostro presente.
Dal punto di vista visivo e scenotecnico, la messa in scena fa dell’essenzialità la sua risorsa fondamentale. L’impianto scenico si concentra in un unico letto su ruote (enkuklema) che, muovendosi e riposizionandosi nello spazio, assume di volta in volta diverse valenze simboliche e funzionali — alcova, trono, altare del sacrificio e luogo del tragico compimento. Il disegno luci curato da Mattia De Pace accompagna sapientemente il dramma in un lento ed inesorabile passaggio dal crepuscolo all’oscurità più profonda, mentre le musiche di Andrea Nicolini sostengono con discrezione la tensione emotiva senza mai prevaricare la centralità della parola.
A confermare la riuscita dell’operazione è stata la calorosa accoglienza del pubblico milanese alla prima, che ha salutato interpreti e regia con lunghi e convinti applausi, a testimonianza di quanto il teatro classico, quando riletto con autentica sensibilità, sappia ancora coinvolgere e muovere corde profonde.
