Luci e ombre di Hollywood: l’enigmatica pièce di denuncia di James Franco che abbatte il confine tra cinema e teatro
di Paolo D. M. Vitale
Ha debuttato al Teatro Menotti di Milano Desert Film, un’intensa performance teatrale scritta e diretta da James Franco insieme a Peter Gold, che vede in scena lo stesso Franco e Blaine Kern III, affiancati dalla cantante Elli Papadiamanti e dal pianista Konstantino Diminakis (qui la nostra presentazione).
Volto celeberrimo di Hollywood e artista poliedrico, James Franco ha costruito nel corso degli anni una carriera ricca di pellicole memorabili, spaziando dai blockbuster come la trilogia di Spider-Man nel ruolo di Harry Osborn alle prove d’autore e drammatiche come 127 Hours (che gli è valsa la candidatura agli Oscar), Milk, L’alba del pianeta delle scimmie e The Disaster Artist, da lui anche diretto.
In Desert Film, Franco porta sul palcoscenico un racconto cinematografico che esplora senza sconti il mondo della fama, il suo fascino abbagliante e il prezzo doloroso che richiede. La trama riprende idealmente un personaggio ispirato a Robert Blake — già visto in Highway — qui nei panni di una figura misteriosa e inquietante che si confronta con un giovane attore, tenuto ostaggio e legato in balia di un serrato confronto psicologico. Attraverso un monologo tagliente, lo spettacolo mette a nudo le trappole e i lati oscuri della celebrità, giocando con abilità sul confine sottile tra realtà e finzione, cinema e teatro.
Si tratta, a tutti gli effetti, di uno spettacolo “matriosca”, in cui il teatro dentro il teatro si fa cinema: una finzione al cubo in cui i confini si dissolvono, lasciando lo spettatore nel dubbio costante di non capire più cosa sia finzione e cosa appartenga alla realtà, chi sia persona e chi personaggio, cosa è teatro e cosa è cinema. Ed è forse questa la vera peculiarità di uno spettacolo per certi versi spiazzante: l’abbattimento di ogni punto di riferimento drammatugico convenzionale; abbattimento che Franco opera con disinvoltura e con una certa dose di coraggio.
Dal punto di vista visivo, la messa in scena si affida a un’essenzialità ricercata: un tavolo, due sedie, un pianoforte a coda e, soprattutto, un grande schermo retroproiettato che sovrasta lo spazio scenico. Proprio qui risiede uno dei punti di forza dello spettacolo: un soggetto originale e profondamente vicino alla sensibilità di James Franco, che si configura come una lucida denuncia della macchina di Hollywood. Le grandi doti attoriali sostengono una scrittura fortemente cinematografica, amplificata dall’uso costante di una videocamera live. Sebbene l’utilizzo delle telecamere in scena non rappresenti una trovata inedita nella storia dello spettacolo dal vivo — basti pensare alle storiche e visionarie regie multimediali di compagnie come La Fura dels Baus o, in tempi più recenti, agli allestimenti di registi d’opera e di prosa come Ivo van Hove —, in questo caso la videocamera viene gestita direttamente da Franco in modo magistrale e tutt’altro che banale. La telecamera proietta in tempo reale i primi piani stretti dei protagonisti sul fondale, evidenziando una volta di più come il linguaggio cinematografico resti preponderante e fuso all’atto teatrale; un espediente che, del resto, risulta perfettamente coerente sia con l’orgine dell’autore sia con il soggetto stesso dello spettacolo, accentuandone l’immersività.
Non mancano tuttavia alcuni elementi critici. La componente musicale, affidata a un brano in apertura e a uno in chiusura, appare francamente sacrificata: in una durata complessiva di circa cinquanta minuti, si sarebbe potuto concedere molto più spazio e respiro alla musica, se non altro per giustificare la presenza scenica di un imponente pianoforte a coda. Anche la prova vocale della cantante non ha convinto del tutto, lasciando un senso di potenziale inespresso su quel fronte.
Di contro, merita una menzione speciale l’ottimo lavoro svolto dai sopratitoli, caratterizzati da una traduzione impeccabile che ha permesso a tutti gli spettatori di cogliere ogni sfumatura di un testo complesso in lingua inglese, godendo pienamente del talento di interpreti internazionali che di rado capita di applaudire dal vivo nei nostri teatri.
In conclusione, Desert Film si inserisce all’interno di una nuova stagione del Menotti che, nel suo complesso, si sta prospettando come una delle più interessanti, ricche e stimolanti dell’intero panorama milanese.
Questa recensione fa riferimento alla recita 9/10/2026
