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RECENSIONE – LE NUVOLE DI AMLETO

Central Palc 03/11/2026 5 minuti letti
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Al Teatro dell’Aleph si è celebrato il rito scenico di Eugenio Barba e dell’Odin Teatret: un viaggio nell’anima con “Le nuvole di Amleto”

di Paolo D. M. Vitale

Assistere a un’opera teatrale come Le nuvole di Amleto, concepita da una delle grandi pietre miliari della scena internazionale contemporanea, rappresenta sempre un’esperienza che va oltre la semplice fruizione artistica, trasformandosi in un vero e proprio viaggio nell’essenza della drammaturgia. L’occasione offerta da questo allestimento permette di riflettere sul valore profondo della ricerca scenica e sulla capacità del teatro di farsi specchio delle grandi questioni universali, interrogando lo spettatore attraverso linguaggi visivi e sonori di straordinaria potenza.

Alla base di questa poetica vi è la figura monumentale di Eugenio Barba, affiancato dalla straordinaria storia dell’Odin Teatret. Fondatore di questa storica compagnia e dell’International School of Theatre Anthropology, Barba ha segnato in modo indelebile la storia del teatro del Novecento e del nuovo millennio. Allievo e collaboratore di Jerzy Grotowski, Barba ha saputo ridefinire il concetto stesso di lavoro dell’attore, di regia e di pedagogia teatrale, dando vita a quel fenomeno unico noto come il “Terzo Teatro”. La sua visione ha saputo coniugare lo studio interculturale, l’impegno sociale e la rigorosa disciplina corporea, creando un modello artistico fondato sulla ricerca permanente e sul dialogo costante tra le tradizioni performative occidentali e orientali.

Entrando nel merito dello spettacolo – dopo aver debuttato in prima assoluta il 10 ottobre 2024 all’Università Iberoamericana di Città del Messico e dopo essere approdato in Italia in importanti spazi teatrali come la Biennale di Venezia, il Teatro Arena del Sole di Bologna e il Teatro Menotti di Milano – è adesso andato in scena al Teatro dell’Aleph di Arcore (leggi qui la presentazione).
Le nuvole di Amleto affonda le sue radici in un episodio storico e biografico di intensa commozione: nel 1596 muore all’età di undici anni Hamnet, l’unico figlio maschio di William Shakespeare. Cinque anni più tardi, colpito anche dalla perdita del padre, il drammaturgo inglese dà alla luce la sua opera più celebre, La tragica storia di Amleto, principe di Danimarca. Partendo da questa suggestiva e dolorosa connessione tra Hamnet e Hamlet, la messa in scena indaga il complesso tema dell’eredità tra generazioni, del lutto, della memoria e del peso della responsabilità che si tramanda di padre in figlio. Con l’ormai storica capacità di visione che contraddistingue la produzione dell’Odin Teatret, l’opera interroga il presente attraverso uno dei miti fondanti della nostra cultura, trasformando il dolore privato in una riflessione universale sulla condizione umana.

La magia di questo evento si svela fin dal primo istante attraverso una cura che avvolge lo spettatore ben prima che si spengano le luci in sala. L’ingresso del pubblico avviene in penombra e in silenzio, guidato dalla richiesta, già a partire dall’atrio, di abbassare la voce e di spegnere i telefoni cellulari. Si crea così un raccoglimento quasi mistico e religioso, un’atmosfera di sospensione che impone a chi guarda di immergersi nella meditazione e nell’ascolto interiore prima ancora che la rappresentazione abbia inizio. A suggellare questa dedizione totale vi è un gesto che lascia senza parole: lo stesso Eugenio Barba accoglie personalmente ogni singolo spettatore, indicando il posto e gestendone la sistemazione. Vedere una colonna portante del teatro mondiale spogliarsi di ogni alterigia per fare, nei fatti, la “maschera di sala” suscita profonda commozione. Naturalmente non si tratta di una scelta dettata dalla carenza di personale, bensì dell’evidenza di una cura maniacale per ogni dettaglio, in cui l’opera viene concepita come un organismo integrale di cui il pubblico fa parte a pieno titolo; di conseguenza, il regista sente il dovere etico ed estetico di prendersene cura fin dal primo contatto. Un amore e una devozione per il Teatro (con la T maiuscola) che oggi non siamo più abitutati a vedere.

Una volta avviata la rappresentazione, nello spazio centrale della sala (ricordiamo che non c’è un “palcoscenico” in senso tradizionale) si muovono attori instancabili, autentici atleti delle emozioni capaci di spingere il proprio corpo e la propria voce al limite estremo dell’espressività. Gli interpreti parlano, urlano, piangono, ridono, saltano, suonano strumenti, alternano lingue diverse e cantano, dando vita a un caleidoscopio umano di una rara e travolgente intensità. All’interno di questo flusso espressivo, non tutto appare immediatamente decifrabile o lineare; alcune scelte registiche e drammaturgiche rimangono volutamente enigmatiche, avvolte in un alone di mistero. Eppure, ogni singolo frammento, anche il più oscuro, trasuda un senso profondo e necessario, capace di risuonare nell’animo di chi osserva.

Si esce dalla sala con la sensazione fisica e spirituale di aver preso parte a un vero e proprio rito collettivo, a una sorta di iniziazione misterica che dischiude i segreti di un’umanità complessa che la frenesia contemporanea rischia di dimenticare. È l’eredità viva di un maestro che continua a insegnare come il teatro sappia farsi tempio della coscienza.

A rendere questa esperienza ancora più speciale è la scoperta del Teatro dell’Aleph: una realtà attiva dal 1987 e guidata dal direttore artistico e regista Giovanni Moleri che, con la sua incredibile e instancabile attività culturale e artistica, abbiamo avuto il privilegio di intercettare pienamente solo adesso, rimanendo profondamente grati per la straordinaria ricchezza che continua a regalare al territorio.

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Direttore Responsabile: Paolo D. M. Vitale - Caporedattore: Ilaria Faraoni - Collaboratori: Rino Alessi; Silvia Arosio; Erica Culiat; Davide Garattini; Sabino Lenoci; Lucio Leone; Barbara Palumbo; Alberto Raimondi; Cesare Zucca. Autorizzazione del Tribunale di Milano n. 22 del 18/1/2017.
Periodicità: settimanale. Server: ARUBA Spa. E' riservata la proprietà letteraria di tutti gli scritti pubblicati. L’editore è a disposizione degli aventi diritto. Le opinioni espresse negli articoli coinvolgono esclusivamente i loro autori. E' vietata la riproduzione, anche parziale dei testi e delle foto pubblicate senza l’autorizzazione scritta dell’Editore | ISSN 2610-8771

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