
Milano-Cortina: l’Inno Nazionale interpretato da Laura Pausini come gesto teatrale
di Paolo D. M. Vitale
“Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Esattamente quello che è accaduto alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina con l’esibizione di Laura Pausini.
Oggetto della contesa la sua interpretazione non tradizionale dell’Inno di Mameli.
Musicologi, cantanti ed esperti dell’ultima ora si sono trasformati in accaniti haters lanciando strali e anatemi verso la cantante romagnola, rea, a parer loro, di aver “tradito” lo spirito del nostro inno.
Tralasciando il dito, ovvero gli aspetti musicali e vocali, dei quali non ho alcuna competenza e che, a prescindere trovo irrilevanti, vorrei analizzare la faccenda allargando il campo visivo, tornare cioè a guardare la Luna: valutare l’esibizione della Pausini come se fosse il brano in gara ad un concorso canoro, estrapolandola completamente dal suo contesto, é semplicemente sciocco.
Quella esibizione va intesa come un vero e proprio atto teatrale e come atto teatrale deve essere analizzata e valutata.
Tutto lo spettacolo di San Siro – compreso il “quadro” incriminato – é stato ideato e realizzato dal direttore artistico (Marco Balich), da 4 registi (Simone Ferrari, Damiano Michieletto, Lida Castelli e Lulu Helbaek), da coreografi, scenografi (il grande Paolo Fantin su tutti), costumisti, lighting designer… e quindi – come in ogni opera teatrale che rispetti – ogni singola scelta ha avuto un preciso significato ed è stata frutto di riflessioni e confronti. Veniamo quindi al punto: il perché delle scelte artistiche.
In un momento storico in cui la guerra é tornata ad essere il linguaggio preferito dai potenti; in cui il più forte non sente l’imperativo morale di proteggere il più debole; in cui l’entropia e l’instabilità sembrano essere le uniche certezze… l’Italia ha voluto mandare al mondo un messaggio in netta controtendenza: deponiamo le armi, abbassiamo gli scudi, torniamo ad essere umani.
E il linguaggio che ha scelto è stato quello più raffinato ed elegante che conosce: il teatro!
Alla mera esecuzione dell’Inno Nazionale si è preferito qualcosa di estremamente più significativo: renderlo veicolo universale di fratellanza, quella fratellanza che l’inno stesso invoca. Alla forza è stata contrapposta la dolcezza, all’aggressività la bellezza.
Privare l’inno del suo arrangiamento militaresco è quanto di più olimpico si potesse fare. Eliminare, anche se solo per una sera, l’aspetto bellico ottocentesco é stato un atto illuminato e illuminante.
E tutta la scena attorno è stata costruita seguendo la stessa poetica: la Pausini circondata da due file non di militari ma di modelle (vestite da Armani), i corazzieri in alta uniforme in fondo alla pedana a issare il Tricolore, San Siro illuminato da soffuse luci blu e da centinaia di lucine bianche come fosse un enorme cielo stellato…
Il momento più solenne della celebrazione si é trasformato in un manifesto di sobrietà, eleganza e di grande poesia.
E fanno ridere quelli che si sono strappati le vesti e cosparsi il capo di cenere perché “l’Inno non si interpreta”. Vogliamo veramente vivere in un mondo in cui possiamo interpretare a piacimento Euripide, Dante, Shakepeare, la Bibbia e perfino le leggi, ma non l’Inno di Mameli? Io troverei questo mondo grottesco.
Ben vengano invece gli Inni interpretati, gli Inni addolciti, adattati, smilitarizzati, gli Inni controcorrente, gli Inni diversi, gli Inni che non ti aspetti, gli Inni che ti sorprendono, che dicono qualcosa di nuovo.
In un mondo dove i potenti giocano a Risiko sulla pelle delle persone e in cui la tecnologia sta invadendo ogni aspetto della vita, voglio citare le parole di Lulu Helbaeck in un’intervista di Alessia Gallione su Repubblica quando le è stato chiesto quale fosse stata la sfida più grande della cerimonia: “Tenere insieme scala e intimità. Le cerimonie olimpiche sono eventi giganteschi, ma bisogna riuscire a toccare il cuore di ogni spettatore, live e in tv. Trovare l’equilibrio tra spettacolarità e verità emotiva è sempre la parte più complessa. La seconda sfida è essere compresi da tutte le culture del mondo e da tutte le generazioni. Stiamo parlando a Paesi che, nonostante la globalizzazione, usano simboli e hanno tradizioni e linguaggi diversi: riuscire a far ridere o piangere un bimbo in Nuova Zelanda e una signora in Argentina in egual modo è una scommessa”.
E ancora: “Non ci interessano gli “effetti speciali” per fare sfoggio di innovazione, vogliamo costruire una fotografia dell’arte oggi in Italia. … Il linguaggio principale sarà quello del corpo, della danza, dell’umano: sarà il messaggero di come l’armonia possa nascere proprio dalla diversità, da provenienze, storie e sensibilità. Racconteremo l’accoglienza del nostro Paese, che da sempre è terra di incontri e mescolanze. In fondo, la tecnologia più potente che abbiamo è la nostra intelligenza emotiva”.
E quindi si, l’Inno cantato dalla Pausini doveva essere esattamente così com’è stato, specchio della nostra Italia: dolce, poetica, potente e profondamente umana.
